simona balla al giubileo 2000

Giubileo 2000

«Simona, a cosa stai pensando?» La voce del coreografo, era più tesa della mia. Avremmo danzato per un evento straordinario e tutto doveva essere impeccabile. Ma io non c’ero. Non davvero. I rumori di Roma, la folla, le aspettative: tutto si era messo tra me e la danza. Paolo mi accusò di non provare nulla. Io lo sapevo che non avevo dato il meglio, eppure non riuscivo a reagire. Mi sentivo fuori posto, inadeguata, in fuga. Chiusa nel mio silenzio, cercavo un varco, un appiglio.

Un volo senza ali che attraversa il cielo del Giubileo e porta con sé la meraviglia.

Mi sedetti da sola su un muretto, gambe incrociate, occhi chiusi. Il rumore sparì. Non ricordo cosa pensai, forse niente. Ma qualcosa dentro di me si riaccese. Mi alzai e andai verso i camerini con un’unica certezza: avrei danzato. Avevo troppa voglia di vivere quel sogno per lasciarlo svanire. Qualcuno dentro di me – o sopra – lo aveva deciso. E io lo seguivo. Avrei danzato, sì. Con tutta me stessa. E solo così, finalmente, mi sentii pronta.

la forza di danzare dentro la presenza viva dell’eterno.

Il chiostro di Trinità dei Monti mi accolse pochi giorni dopo, per il Giubileo del 2000. Ne ero ambasciatrice. Una responsabilità che avrebbe potuto schiacciarmi. Ma non mi lasciai distrarre. Ballai trasformando ogni emozione in movimento. E durante la danza accadde qualcosa: vidi uno stormo di gabbiani bianchi sopra di me. Durò un istante, ma sembrò eterno. Una finestra su un’altra dimensione. Quel giorno toccai il cielo con i piedi e sentii che la danza era davvero la mia preghiera. Non ero sola. Quel volo, senza ali, era appena cominciato.

simona balla al giubileo 2000
giubileo croce

La gioia che trabocca e diventa una scintilla da custodire come una lucciola in una bottiglia.

Dopo venti giorni, portammo la danza in una chiesa consacrata: Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Un luogo potente, che sembrava contenere ogni cosa: arte, cielo, memoria. Il palco, allestito sotto l’immensa Croce di luce di cristallo, sembrava pronto ad accogliere un rito. Seduta al centro, con il pennello tra le dita e le note di Mahler a riempirmi il respiro, cominciai a danzare. Ringraziai danzando. Per la vita, per l’arte, per la possibilità di essere strumento. Quando finii, restai lì, occhi chiusi, il crocifisso nel piede. E avrei voluto restarci per sempre.

Fu l’applauso a riportarmi indietro. Un’ovazione travolgente, tremila giovani in piedi, un’onda di emozione che mi sollevò. Scese il sipario e con lui le mie lacrime. Piansi tutta la gratitudine, la fatica, la bellezza. Il sogno era tornato. E questa volta volevo conservarlo dentro, per sempre. Come si fa con qualcosa di prezioso, fragile e luminoso. Come una lucciola in una bottiglia.