simona atzori alle paralimpiadi 2006

Paralimpiadi 2006

C’era fermento dietro le quinte dello stadio di Torino: era il giorno della cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi del 2006, un sogno troppo grande anche solo da immaginare.

In pochi minuti, tra trucco, abiti e foto di gruppo, tutto sembrava scorrere come in un film in velocità. Poi il ritmo cambiò: le uscite vennero bloccate per l’arrivo del Presidente della Repubblica e ci fu indicato un percorso alternativo. Io e  Luca ci incamminammo in mezzo a tamburi, costumi, sedie a rotelle e macchine fotografiche. Il tragitto fu una parata festosa e surreale, ma appena arrivati dietro il palco il freddo e l’ansia presero il sopravvento. Sentivo la voce del coreografo nelle cuffie che cercava di rassicurarci. Era tutto vero, e stavamo per entrare nella storia.

QUANDO IL SOGNO TI SCEGLIE. TUTTO CAMBIA, MA QUALCOSA RESTA FERMO.
IL CUORE LO SA PRIMA DI TE. IL MURO CADE, LA DANZA COMINCIA.

Quando sollevai lo sguardo, vidi un’immensa distesa di persone: venticinquemila occhi puntati su di noi. Il freddo era pungente, ma non volevo che mi bloccasse. Mi voltai verso Luca: in quelle settimane avevamo creato un linguaggio muto, fatto di sguardi e silenzi.

Quando la freccia lanciata da Paola Fantato fece crollare il muro, fu come un’esplosione: luci, suoni, musica e applausi. Io volevo solo scappare, ma la musica era iniziata e noi dovevamo danzare. Bastò incrociare lo sguardo di Luca e tutto si allineò: era come se il mondo si fosse fermato. Sentivo una forza invisibile che ci spingeva, come se fossimo sostenuti da migliaia di cuori.

ERAVAMO PRONTI. SENZA SAPERLO.

Danzammo senza più paura, nel cuore di quel valzer finale, io in rosso tra le braccia di Luca, immersi in un’armonia perfetta. Le carrozzine si muovevano leggere attorno a noi, senza più alcuna distinzione tra ruote e gambe. Quella sera, la vita aveva vinto su ogni barriera, su ogni limite, su ogni etichetta. Quando tutto finì, restammo immobili a guardare luci, fuochi e coriandoli che riempivano il cielo. Il pubblico era in delirio, la gente scese dagli spalti per danzare con noi e condividere la gioia. Chiusi gli occhi un attimo, solo per imprimere dentro me quello che stava succedendo. Ancora oggi, mi chiedo se sia accaduto davvero: forse era un sogno. Ma io c’ero. E in quell’istante, ero viva come mai prima.

simona atzori alle paralimpiadi 2006
Giubileo scarpette rosse

NON ERAVAMO PIÙ SOLI. ERAVAMO UNO. ERAVAMO CASA. CIÒ CHE RESTA, VOLA.

Quel momento non è mai finito davvero: è rimasto con me, appeso a una parte invisibile del cuore. Ogni volta che rivedo le immagini, mi sembra di non riconoscermi, eppure so che ero lì. Non era solo un’esibizione, era una dichiarazione d’amore alla vita, alla libertà, alla possibilità. Quel palco era il mondo, e io, Luca e tutti gli altri eravamo una sola voce fatta di corpi e intenzioni. Nulla di ciò che ho vissuto prima o dopo ha avuto lo stesso silenzioso fragore. Forse era un sogno. Ma se lo era, era il più vero che io abbia mai fatto.

 E oggi continuo a danzare anche per quel sogno che, una volta, si è fatto realtà.